Dai giovani che assaltano alla ritirata educativa degli adulti
28 OTTOBRE 2026
Una marea disordinata e violenta assalta le vie della “Milano bene” sull’onda dei disordini avvenuti in Francia. Sotto quei passamontagna, dietro le sciarpe e i cappucci di chi spaccava le vetrine e rovesciava i cassonetti, le forze dell’ordine hanno trovato dei ragazzi, a volte poco più che va, bambini. “Che ci fai qui?!”. Lo sgomento degli agenti diventa così lo smarrimento degli adulti, a partire dai genitori davanti alle questure che si interrogano sulle condotte insospettabili dei propri figli.
Dal nostro osservatorio sarebbe facile, quasi automatico, dare la colpa alla mancanza di ascolto, alla carenza di politiche per l’integrazione e all’assenza di servizi e presidi educativi. Prima di tutto, però, dobbiamo guardare in faccia la realtà e capire come siamo potuti arrivare a questo punto. Lo smartphone è diventato l’educatore più presente: intrattiene, connette, orienta.
Sogni e bisogni
Emarginazione, mancanza di ascolto e di presìdi educativi. Sono problemi reali, ma non bastano a spiegare quanto accaduto nell’ultimo periodo. Quei ragazzi non hanno devastato soltanto per un bisogno: lo hanno fatto, forse, soprattutto per l’assenza di sogni. Assaltare le vetrine e rubare tute da ginnastica e bibite energetiche racconta qualcosa di diverso. È il segnale di una generazione che rischia di crescere senza riferimenti, guidata dalle mode e dai contenuti che scorrono sul telefono. Oggi, però, occorre interrogarsi anche su ciò che il mondo adulto non ha saputo offrire. Il vuoto dei ragazzi non si è creato da solo. È anche il risultato della nostra ritirata, dell’assenza di tempo condiviso, ascolto e presìdi educativi. Prima dei facili giudizi, dobbiamo tornare ad abitare la loro vita, restituendo prospettive, fiducia e speranza.
L’indagine INAPP e lo scollamento generazionale
A fotografare questa frattura è anche una recente indagine dell’INAPP, Proteggere il benessere dei minori, basata sulla quinta rilevazione internazionale Children’s Worlds e su un campione di 4.750 bambini e ragazzi italiani tra i 7 e i 14 anni. I dati individuano un passaggio critico già tra la scuola primaria e la secondaria di primo grado: la quota di chi sente ascoltato dai propri genitori scende dal 78% in quinta elementare al 67,3% in seconda media. La sensazione di poter condividere i propri stati d’animo all’interno della famiglia precipita di 11 punti. L’indagine riporta la stessa dinamica sul piano della soddisfazione per le relazioni con gli amici, mentre il senso di solitudine cresce, fino a riguardare una ragazza su quattro in seconda media. Parallelamente, l’uso quotidiano o quasi dei social passa dal 20,4% al 55,3% tra i dodicenni. Non sono dati che autorizzano a stabilire un rapporto di causa-effetto automatico, ma raccontano una trasformazione precoce e profonda delle relazioni.
Il sintomo per la causa
È qui che il digitale entra nella storia, ma non necessariamente come causa originaria del malessere. Può amplificare fragilità già presenti, offrire una via di fuga, occupare lo spazio lasciato libero da relazioni che non riescono più a intercettare i bisogni dei ragazzi. La precocità dell’esposizione agli schermi si accompagna a una precocità della distanza: sempre più connessi, non per questo più ascoltati o più capaci di dare un nome a ciò che provano. Il rischio è scambiare il sintomo per la causa, attribuendo ai social una responsabilità che chiama in gioco anche la famiglia, la scuola e le comunità educative.

